domenica 30 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 5di5

Negli anni 50’ l’Olivetti marcia verso un’espansione mondiale, oltre che ad un ampliamento strutturale, così come Adriano aveva progettato nel ven- tennio precedente. Il numero di impiegati nei vari livelli della società supe- ra le 40.000 unità, di cui la metà solo in Italia e il capitale aziendale, in continuo incremento, ammonta ad oltre 40 miliardi di lire. Infatti l’azienda ha terminato l’ampliamento della fabbrica.
Adriano ha commissionato a Luigi Cosenza uno stabilimento a Pozzuoli, un esempio di equilibrio fra architettura e paesaggio. Con l’azienda pilota di Pozzuoli, inaugurata nel 1955, sembra concretizzarsi anche nel territorio napoletano il sogno di Adriano Olivetti di una fabbrica modello, progettata a “misura d’uomo” ove sia finalmente assicurata dignità culturale e civile al lavoro manuale, coinvolgendo impiegati, operai, collaboratori esterni in un progetto di paziente costruzione dal basso, in una condivisione di fini e in una prospettiva unificante.
Nel frattempo invece, a Ivrea, Edoardo Vittoria progetta la sede per il Centro Studi e Annibale Fiocchi insieme a Marcello Nizzoli e Gian Antonio Bernasconi il Palazzo Uffici; costoro realizzano anche il Palazo Uffici di Milano. Altro importante edificio che sorge in questi anni ad Ivrea è la mensa di Ignazio Gardella, un luogo studiato con cura per rendere quanto più confortevole la pausa pranzo degli operai ed impiegati.

Nel 1952 a New Canaan, negli Stati Uniti, la Olivetti aveva già iniziato un’attività di studio e ricerca nel campo dei calcolatori elettronici. Nel frattempo con l’avvento dell’elettroscrittura, l’azienda ha prodotto due celebri macchine, che vengono lanciate nel mercato nel 1964, la Praxis 48 e la Tekne 3. Il design in questo caso è curato da un altro personaggio, destinato a scrivere la storia del design Olivetti, Ettore Sottsass.
Ma l’esperienza più importante prende forma a Pisa, dove Adriano costituisce un gruppo di ricerca, affidato all’ingegner Mario Tchou ed al figlio Roberto Olivetti, per sviluppare un elaboratore per applicazioni commerciali. L’Elea 9003, questo è il suo nome, è il primo calcolatore elettronico costruito in Italia e viene presentato dall’azienda di Ivrea nel 1959; nell’anno successivo vince il Compasso d’Oro per l’innovativo design, del quale se ne è occupato invece Ettore Sottsass.

Nello stesso anno la Olivetti stipula un accordo per rilevare il 30% delle azioni della Underwood, storica fabbrica americana di macchine per scrivere e da sempre principale concorrente sul mercato, con oltre 10 mila dipendenti. Con l’Elea ha inizio nell’azienda una ricerca e sviluppo tecnologico senza precedenti, risultato sono il computer portatile Programma 101 (1965), e la TCV 250, disegnate entrambe dall’equipe di un altro importante designer che inizia a collaborare con Olivetti, Mario Bellini.

Entrambe le macchine entrano a far parte della collezione Permanente del Museo d’Arte Moderna di New York. 

La Olivetti affiderà a Bellini il design della quasi totalità delle macchine per ufficio per il ventennio successivo, mentre Sottsass si occuperà principalmente dei sistemi di arredamento ed interior design.

Il 27 febbraio del 1960 muore improvvisamente Adriano Olivetti a causa di un attacco di cuore sul treno che lo portava a Ginevra.  (complotto??)

Adriano Olivetti - il più grande industriale italiano
Con la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria che accellera l'entra nel capitale dell’azienda di Ivrea un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli e Mediobanca. Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. ---- e sì gli investimenti vanno fatti sulle automobili ---- Luciano Gallino dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta". E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra.

L’azienda negli anni 60’ produce altri prodotti di successo, ancora sulla spinta degli ideali dell’appena morto Adriano. L’esempio migliore è la macchina da scrivere Valentine, che insieme alla Lettera 22 rimane uno dei prototipi più belli mai realizzati.

Nel ventennio successivo alla morte di Adriano, nel 1960, l’ideale dell’illuminato imprenditore è rimasto diffuso, finché le strategie di mercato volte al breve periodo ed al guadagno immediato non l’hanno definitivamente spento. Il 1978, l’anno di arrivo di Carlo De Benedetti, ha segnato un punto di rottura nella storia dell’azienda.

Gli articoli sulla storia Olivetti sono tratti da ricerche fatte sul web ed in particolare alla tesi di Matteo Riva (Design e comunicazione audiovisiva industriale) e tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore
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