domenica 9 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 3di5

Gli anni 30’ non segnano solo l’ascesa di Adriano in azienda, parallelamente egli incontra il razionalismo e l’architettura moderna, un momento fondamentale per il primogenito di famiglia Olivetti oltre che per l’impresa stessa. Inizia infatti a delinearsi la strategia con la quale l’Olivetti diviene un’azienda all’avanguardia in tutti i sensi. In secondo luogo Adriano si fa interprete ne anticipa il concetto di quella che noi oggi chiameremmo corporate identity, generando ed un esempio riconosciuto universalmente in cui c’è il tentativo riuscito di dare un’unità identitaria a tutti i livelli della società. Fra il 1931 ed il 1934 Adriano soggiorna a Milano con uno specifico incarico aziendale. Nel capoluogo lombardo frequenta la Triennale, conosce i giovani architetti Luigi Figini e Gino Pollini con i quali inizia una amicizia che si protrarrà per i successivi trent’anni. Affida ai due giovani lo studio dell’ampliamento dello stabile di via Jervis, progetto che parte nel 1934 per concludersi nel 1958. Questa fabbrica diventa uno degli esempi più completi di “razionalismo” in Italia. Figini e Pollini fanno parte infatti del “Gruppo 7” che segue le avanguardie internazionali degli anni Trenta, con un riferimento preciso all’opera di Le Corbusier. Adriano alla fine del 1934 affida loro anche il progetto urbanistico di un nuovo quartiere ad Ivrea, documento che egli stesso firma. In questa circostanza l’imprenditore inizia una corrispondenza anche con Le Corbusier con il quale discute e si incontra intorno al 1936, senza però realizzare una vera e propria diretta collaborazione, che avverrà invece vent’anni dopo attraverso il figlio, Roberto. Ancora più importante è il piano regolatore della Valle d’Aosta, esperienza che porta Adriano a ricercare altri giovani architetti ed urbanisti, individuati tramite le Triennali e Casabella. Di fronte ad essi ed alla loro assolutezza giovanile ricorda che «bisogna dar voce all’uomo della strada», lascia larga iniziativa, pur conservando sempre l’ultima parola. Le idee sono comunque spesso convergenti, gli architetti conservano verso Adriano una grande fiducia, come testimoniano queste righe di Ernesto Nathan Rogers: «Non ho mai conosciuto un cliente come lui che, quando criticava un progetto, non era per impoverirlo ma se vi faceva rifare i disegni era per incoraggiarvi ad essere di più: più attuali nell’immaginazione, più attuali nelle idee, in una parola, a essere più veri». Oltre che l’ampliamento della stessa fabbrica, Adriano fa costruire delle filiali in Italia ed all’estero (a Pozzuoli, in Brasile, Spagna, Argentina, Messico e Stati uniti), e i complessi abitativi per gli impiegati, dotati di spazi comuni, biblioteche, asili nido. L’ambiente di lavoro viene così disegnato dall’imprenditore secondo una logica di famigliarità e accoglienza dove l’essere umano ha una sua dignità inalienabile.
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