venerdì 22 giugno 2012

Macchine per scrivere: il design - Ettore Sotsass

tratto da una tesi di laura di Matteo Riva - Politecnico di Milano


Il design, riferito in questo caso al prodotto, rientra anch’esso nella cultura imprenditoriale dello Stile Olivetti ma possiede altresì una propria complessità che occorre approfondire. Ci si avvale principalmente della collaborazione degli scritti e delle testimonianze dirette di uno tra i più grandi designer che approdano ad Ivrea, Ettore Sottsass.
Ettore Sottsass

Costui è infatti da considerarsi come una figura chiave nella storia del Design Italiano, in quanto formulatore, insieme all’Olivetti,  di un nuovo modello del rapporto tra l’industria ed il designer, volto a prefigurare una fertile reciproca autonomia.
La figura del designer nella Olivetti conquista una posizione molto diversa rispetto ai modelli contemporanei come potevano essere le aziende americane o tedesche.
«Credo che un cosidetto industrial designer, una volta che gli si dice che è un designer, debba essere messo in grado di giocare il ruolo fino in fondo, cioè debba essere messo in grado di trovare lo spazio per colloquiare a parità di voce, a parità di poteri, sul tema della figura, del catalogo iconografico, sul tema dei segni, dei destini linguistici».
Questa riflessione di Sottsass sul ruolo del progettista nell’impresa si concretizza nel progetto Elea, nell’incontro professionale fra Roberto Olivetti, Mario Tchou e lo stesso Ettore:  viene infatti studiato un nuovo sistema di rapporti, in cui il il designer diventa “consulente” dell’industria, evitando in questo modo l’intaccamento diretto con le lotte, le competizioni, la routine giornaliera insomma, all’interno dell’industria.

Andrea Branzi illustra questo processo affermando che «in questo modello il design non era una funzione industriale, impegnata a risolvere i problemi produttivi, ma un’attività strategica, una cultura civile, immersa nel cambiamento della società, e quindi in grado di fornire alla grande industria attraverso il progetto, la sua identità dentro questa».

Ne deriva così l’idea di un design che «non è soltanto un sistema per vendere meglio un prodotto, ma rappresenta da un lato l’immagine stessa  dell’azienda, la realtà formale dell’industria, l’immagine con la quale l’industria si presenta alla società e dall’altro lato rappresenta o perlomeno partecipa in qualche maniera non certo determinante alla costruzione  dell’immagine stessa della società». Sottsass afferma infine che il compito principale del design, il “goal” è quello «di disegnarsi il mondo circostante, di disegnare quella parte di microcosmo che però diventa macrocosmo  quando si diffonde e gira per tutto il mondo». Nei fatti questa intuizione  si applica attraverso la riorganizzazione dei settori decisionali dell’industria,  dove il design cessa la propria dipendenza dal markenting, in favore di una più consolidata autonomia direttamente nel management, in modo da consentirgli un proprio potere decisionale. In tal senso, Adriano Olivetti si fa di nuovo interprete di una nuova politica  industriale, istituendo un organismo chiamato “Relazioni culturali, disegno industriale e pubblicità”, che si accosta dal punto di vista funzionale  proprio al management.
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