giovedì 5 gennaio 2012

Typewriters - Le Macchine per Scrivere: the Inventor

Oggi scriviamo qualcosa di inedito o quasi. La rete ed in particolare facebook mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con il Sig. Rino Barbieri di Fivizzano.

Fivizzano è il paese natale della famiglia Fantoni. Vi ricordate della storia di Pellegrino Turri? Oggi aggiungiamo dei particoalri che nessun libro di storia delle macchine per scrivere fa menzione.

rarissimo disegno della prima macchina per scrivere
E' ormai accertato, come risulta da documenti del tempo, che l'ing. Pellegrino Turri di Castelnuovo Garfagnana perfezionò solamente quella MACCHINA PER SCRIVERE inventata invece a Fivizzano dal Conte Agostino FANTONI, nipote prediletto del famoso poeta Giovanni Fantoni in Arcadia LABINDO. Notizia già divulgata nell'allestimento del Museo della Stampa in Fivizzano dal Prof. Loris Jacopo Bononi e poi convalidata dal ricercatore fivizzanese Rino Barbieri allorché, spulciando l'Archivio Fantoni conservato nell'Archivio di Stato di Massa, ha trovato parecchie missive che riconducono al Conte fivizzanese Agostino Fantoni l'invenzione di una macchina da scrivere già nel 1802 per la sorella Anna Carolina che era diventata cieca. Quel congegno di legno e ferri del quale non è rimasto disegno ha scritto lettere come una moderna Olivetti e che oggi si possono vedere presso l'Archivio di Stato di Reggio Emilia, città ove si era trasferita Anna Carolina ed il Turri.

Ed ecco la storia:

Nel 1802, Agostino Fantoni inventa e costruisce per la sorella Carolina diventata cieca nel fior degli anni “…una macchina scrivente che fu la prima a stampare come fa una moderna macchina per scrivere…” Questa ‘preziosa stamperia’ sarà in seguito perfezionata da Pellegrino Turri”. Oggi tali lettere scritte tutte in caratteri a stampatello bene allineati in un inchiostro nero tipo carta carbone, sono visibili presso L'Archivio Storico di Reggio Emilia. Carolina si sposò con Domenico Ravani Pallai di Ribolla ed ebbe parecchi figli, mori in Reggio nel 1841. I suoi figli regalarono in segno di riconoscenza la macchina da scrivere a Giuseppe Turri figlio di Pellegrino già morto dal 1828; da allora fu persa, forse gettata via ritenendola cosa inutile.

lettera di Carolina


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Le due lettere successive (arch. Fantoni Busta n. 269) scritte da Agostino allo Zio Giovanni- Labindo sono una ulteriore testimonianza sicura che fu Agostino ad inventare la prima macchina per scrivere al mondo ad uso della sorella cieca Anna Carolina.
Le lettere, come molte altre scritte da Agostino allo zio, non sono datate, ma sono state scritte “Al Cittadino Giovanni Fantoni - Massa” intorno all'anno 1802.

Prima lettera:

Mio Caro Zio
Fra la Ravagna, e le lettere di mio Padre sono stato imbarazzato, onde sarò breve. Ti do avviso che ho inventato uno strumento onde l'Anna possa scrivere liberamente, se in questa settimana verrà il legnaiolo per la posta ventura ti scriverà di proprio pugno, mi struggo di vedere come riuscirà in pratica la mia idea, ma mi lusingo da alcuni tentativi fatti che riuscirà perfettamente.
Colonna non è di Magistrato, bensì un altro di Comano. Zamberlucco non si è visto per due feste, si aspetta oggi, giacchè glielo ho mandato a dire, sentirò così da lui quando sarà per venire, finora mi pare anche novizio.
Ti ringrazio delle nuove, non credo in alcun pericolo la Libertà Americana, credo soltanto come si vide pubblicato su un foglio inglese, sacrificati i poveri negri all'interesse dell'Inghilterra, e raddoppiate le loro catene perpetuando la tratta di quegli infelici.
Mille saluti alle Poldaccine, a Mannestronostro, il Commissasrio, Rossena, e Guerra. Lazzarino mi ha risposto.
Non ho ancora parlato per l'affare di Reggio, onde non so cosa dirti.
Salutami tanto la Lucreziana, e credimi qual sono
Tuo affettuosissimo
Agostino


Seconda lettera:


Carissimo Zio
Da Odoardo ti ringrazio delle nuove che mi hai mandate, sono stato 4 giorni fra Antognano, e Luscignano e mi trovai presente quando ad Antognano prese fuoco il Camino di Cucina, dapprincipio il fuoco si manifestò con una violenza terribile bruciando i mobili di cucina, con gran fatica si poterono salvare 16 prosciutti, ed altri salati, ma stante l'acqua vicina, e l'aiuto accorso ben presto fu spenta la fiamma, e il danno cagionato è stato poco vale a dire bruciati i tavolini, le panche , dei funghi, dei prugnoli secchi, ed altre bagatelle. Il zio Odoardo e il fattore si danno premura di ricercare la tua robba, e ti scrive Odoardo essendo tutte e due qui a Fivizzano venutolo io a vedere giacchè era del tempio che non ci eravamo visti. Tu mi dirai che cos'ho fatto?
Sono stato fora anche tutta questa settimana, in Figliole alle cave dei marmi, Equi, Monzone, Ajola a vedere quelle maestose orridezze della Natura, quelle rupi pendenti e quelli orribili precipizji. Ho ricevuto molta soddisfazione nel vedere la Buca d'Equi e quei condotti sotterranei, o filtratoi naturali delle acque piovane e delle nevi ammassate, generatori delle fonti dei fiumi, e dei ruscelli scoprendo quelle accessibili cavità il secreto con cui la Natura viene a formarli. Avrei pagato qualche cosa a saper la chimica per esaminare l'acque minarali del Bagno, l'acqua di Monzone,e quantità innumerevoli di minerali, e di marmi di cui si vedono gli indizi in quelle vergini grotte.
L'orrore che mi cagionarono quei dirupi fecero sì che tutta la notte, io non mi sognai quasi altro che di cadere giù dai precipizj. Peraltro non solamente volli penetrarne in fondo al gran corridone che comunica con la grande sala della Buca d'Equi, ma inseguito entrai in un altro foro che torcendo a forma di seta s'interna ben avanti nel monte, e in questo cunicolo è così angusto che conviene passare strisciando col petto a terra. Avevamo però avanti di noi una torcia per fare lume, e per indicarci se per accidente vi fosse stata qualche corrente d'aria mortatica. Scusa questa descrizione forse di già troppo noiosa per prolungartela di più, solo ti aggiungerò che quei marmi , e minerali non sarebbe indegni di qualche eccellente chimico, o Naturalista come Mascagni, od altri.
Riguardo alle lettere la posta passata non ne ricevei alcuna, e l'Agnese non mi ha detto di aver ricevuto lettere quando questo non fosse affare di due poste fa.
In quanto all'aver studiato in questi giorni tu vedrai da quanto sopra ti ho detto che ho fatta la vita del vagabondo. L'istrumento per scrivere a occhi chiusi non lo potuto ancora far eseguire perfettamente da un maestro che finora ho invano atteso, e questo non è lavoro da effettuarsi senza l'assistenza di chi lo ha ideato, un informe abbozzo da me fatto ti produsse quelle due righe dell'Anna, a tutti però quegli ingegni meccanici a cui l'ho comunicato trovano che deve riuscire a perfezione, avendo in questi ultimi giorni trovato il modo di fare il gambo alle lettere T D B Q che finora non aveva potuto trovare, stimo però molto facile il ritrovato, onde non credo d'averci gran merito.
Avrei qualche cosetta da mandarti, non già qualche bella cosa di cui sono capace, ma solamente fatta per esercizio.
Addio, nuove non ne do, essendone poi più asportata (?) di me. Salutami gli Amici, e credimi sempre qual sono
Il tuo Aff.mo Amico
Agostino

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La Nipote Anna, sorella di Agostino, scrive per interposta persona allo zio, il poeta Labindo, e lo informa della festa di Pasqua a Fivizzano, parla del suo componimento poetico “L'inverno” e dell'intenzione di scrivere da sola “Due versi con il metodo di Agostino” cioè con la macchina da scrivere che aveva inventato Agostino.
Siamo nell'anno 1802.  (Le tre lettere sono contenute nella busta 269)

Questa lettera è dettata da Anna che ha problemi seri di vista e non può scrivere di proprio pugno.
"......e ancora la posta passata li feci scrivere, ma ho saputo che restò alla posta per averla messa troppo tardi, e io stavo in pena grandissima, e  Pietrino Pinelli, che me ne mandò una che aveva scritto a lui; quest'altra volta spero di scrivervi due versi da me col metodo d'Agostino, e qui sotto voglio fare il mio nome. Non m'allungo di più perché si va a tavola, resto col darvi un abbraccio insieme con Agostino e l'Agnese.
Vostra Aff.ma Nipote
M. Anna Fantoni"

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Busta 274 lett di Glauco Masi – Editore di Livorno scrive questa lettera in data 19/05/1802
Ancora una volta abbiamo la riprova che fu Agostino a inventare per la sorella cieca un mezzo per scrivere, praticamente ad inventare un'antesigna della moderna “macchina da scrivere”.

Al Carissimo Labindo
L'Amico Glauco
19/05/1802
Se crede che il manifesto possa giovare di più portando il tuo nome come Editore e Autore, che partendo solamente quello d'autore, fallo e parla direttamente tu al Pubblico. Se l'Opera deve portare il mio nome come editore allora mi pare che anche il manifesto debba farsi in mio. Il primo caso non esclude però che nella data d'Edizione sia io chiamato lo Stampatore. Tutto dunque è rimetto in te. Se, oltre le Odi, puoi avere in pronto le poesie erotiche, gli Idilj, o altre poesie, allora il Manifesto annunzi le une e le altre in 2 volumi in 18 in caratteri nuovi di Parma. Il prezzo lascialo in bianco, mio Padre calcolata bene la spesa lo fisserà; non parlare neppure di condizioni per quelli che procurano associati. Queste non devono comperare al Pubblico. Mio Padre prima di partire mi disse se volevo o no fare quest'Edizione, io gli dissi di sì, e che mi promettevi incessantemente il manifesto. L'Edizione si farà e conto a metà come hai proposto più volte. Il numero delle copie è intenzione di mio padre che non sia più di 1500 ed il manifesto pubblicato, farà poi eseguire il numero a proporzione del prodotto che darà. Il campione dei caratteri che ti ho mandato non è quello in cui si deve scegliere il carattere dell'Edizione; il garamoncino di Parma quello che tu mi mandi è quello che sarà impiegato, se il Sigg. Armanetti non vorranno darci la legge, altrimenti gli lasceremo il loro carattere e l'ordineremo o a bodoni direttamente, o a una nuova gestione francese che si è fissata in Genova. Il Prete farà quello che dici, ma è una ridicolezza il voler pretendere di più di Bodoni, il cui nome solo, anche a minorità di pregio del lavoro varrebbe almeno quanto il loro.
Noi abbiamo trattato direttamente con gli Amoretti e non ci siamo serviti di alcuno. E' falsa la voce che vengono a Pisa; sarà il Rosini che l'avrà sparsa per bona, come dello stabile che il Re gli avrebbe dato in premio del suo poema, e che si è perduto nell'aria. Il Dn Quiehotte lo avrà preso e te lo spedirà immediatamente.
Agostino è un gran pezzo che non mi scrive ne so il perché; ho piacere che abbia trovata la maniera di far scriver l'Annina, così si potesse trovar quelle di guarirla dai suoi incomodi, povera ragazza!
Tutti gli amici ti salutano, io sono occupatissimo e per questo finisco qui dicendoti che ti amo con tutta la forza dell'amicizia e sono tutto
Tuo Glauco

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La presente lettera contenuta nella Busta 280 è inviata a Massa al Conte Giovanni Fantoni Labindo da parte dell'amico Baldassar Vetri, Ingegnere e Matematico a Pisa.

Mio Caro Labindo

Pisa 29 Maggio 1802

E' inesprimibile la gioia e la sorpresa che mi hanno arrecato i vostri desiati caratteri, partecipandomi l'ingegnosissima invenzione del tanto caro al mio cuore Agostino. Io non ho possuto frenare il mio trasporto di tenerezza, di ammirazione, e di amicizia all'annunzio di una così utile scoperta, ed è convenuto per appagare il mio cuore, ch'io li scriva rallegrandomene seco. V'accludo la lettera, acciò voi gliela mandate per un mezzo più sicuro di quello che potrei impiegare io. Mandategliela, e ditegli che mi scriva qualche volta.
Fortunato Labindo! Io veggo a poco a poco compiersi il vostro più tenero voto, quello di rivivere nel Vostro Nipote. Voi piangevi di tenerezza un giorno ch'io assiso alla vostra tavola, mentre Agostino era a Livorno, mi narravate le cure veramente paterne che avevi impiegate per esso nella sua prima infanzia. Eccone i Frutti! Egli si è reso caro e memorabile all'umanità, e voi gettando uno sguardo di compiacenza sul vostro allievo, ricevete il premio delle vostre fatighe. Quanto è giusto il vostro amore per esso! E quanto se né egli reso meritevole!
La tenera amicizia che mi lega a Piazzini e Daniello, sarebbesi accresciuta alle vostre insinuazioni, s'ella ne fosse stata suscettibile, ma è da gran tempo che non lo è più. Togliamo quanto amarli posso e nin'altro frequento che loro. Piazzini poi è il mio tutto, Son felice quando posso esser seco, e vo studiando tutte le maniere di essergli caro.
Spero in lui riguardo alle Mattematiche. Voi ne conoscete il merito, e son certo che ne approvate la scelta. Ma Caro labindo, anche la Poesia mi sta a cuore e vorrei, potebndo coltivarla con profitto. Io qui interrogo adunque quella sincerità con la quale vi pregiate di parlare ai vostri amici nel fondo della vostra lettera, per sapere da voi candidamente s'io posso, studiando con regola, riuscirvi. Voi potete giudicarmi. Dipendo adunque intieramente dalla vostra decisione.
Mi parlate dell'Edizione delle vostre Odi. Io ne bramerei una copia. Avvisatemi della spesa. I libri che ho letti sono veri, questi in particolare, L'Emilio di Rosseau, il Belisario di Mamontel, e il Telemaco di Fenelon. Siccome la materia di cui trattano è la stessa, se non in quanto differisce nella diversa applicazione che ne fanno, ho procurato di trarne delle massime generali di Educazione, non restringendomi al solo compendiarle servilmente come vi dissi. Ho procurato ancora di leggere con particolare riflessione La Logica di Condillac, per fare dipoi tutto il corso di studi del medesimo. Conosco, o mio caro Labindo, tutto il valore della tabella, e l'utile che può derivare da un tale studio, ma, con estremo mio rincrescimento non mi rimane tempo per applicarmici. Un lavoro che mi occupa dalla mane alla sera, e quelli studi che vi additai nell'altra mia lettera, occupano tutto il mio tempo.
La notte però doppo aver rivedute le mie lezioni e letto qualche buon libro, procurerò mentalmente di fare lo studio della Tabella., riepilogando le azioni del giorno, le buone e le cattive, e dividendole come mi insegnaste. Credo che per un uomo come me, le di cui occupazioni sono così monotone, basterà questa piccola riflessione serale, e che se non intieramente otterò l'intento che può sperare chi fa l'intiero studio della Tabella, ne otterrò almeno quella parte, che basterà a correggermi nelle azioni più importanti della mia vita, e a ricondurmi sul retto sentiero quando ne fossi traviato.
Amatemi sempre, non cessate di aiutarmi con i vostri saggi consigli e di credermi sempre il più vero e il più tenero dei vostri amici.
Baldassar Vetri
Pisa 29 maggio 1802.

lettera "mio caro amico" di Carolina a Pellegrino Turri



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