martedì 18 dicembre 2012

Consul Zeta di Zbrojovka Brno

serial number IT27949
Buongiorno, la contatto in quanto ho trovato il suo riferimento sul sito http://scrivevo.blogspot.it/ e le vorrei chiedere delle informazioni. Recentemente ho trovato in soffitta una vecchia macchina da scrivere portatile anni '50 costruita in Cecoslovacchia di nome ZETA. Facendo una ricerca in internet non ho trovato nulla in merito specialmente sui siti italiani. Lei avrebbe qualche informazione o riferimento? Se le può essere utile le posso inviare delle foto ed il numero di serie.

Dopo una breve ricerca le posso confermare che la sua macchina, oltre ad essere molto bella, è una macchina prodotta dalla Società Consul/Zeta di Zbrojovka Brno, Cecoslovacchia, la quale aveva lavorato con Remington-Rand prima della seconda guerra mondiale (inizio collaborazione 1932), anche se la sua produzione non era stata di portata mondiale. La Consul/Zeta ha cercato di migliorare la produzione, nel dopoguerra, sia di macchine standard e di portatili di qualità superiore esportate non solo in tutta l'Europa ma anche negli Stati Uniti. L'azienda diventa un importante produttore nel 1950 e 1960.  Zvrojovka Brno nasce come fabbrica di armi nel 1918. La sua produzione è cresciuta a poco a poco in altri settori: telefoni, strumenti per laboratori ferroviari e altri strumenti, ecc  Prima della seconda guerra mondiale la società è diventata uno dei maggiori produttori di fucili in tutto il mondo. Nel 1980 l'azienda produce principalmente prodotti per ufficio e apparecchiature informatiche. Le macchine da scrivere ZETA sono state introdotte nel 1949. In seguito il nome fu cambiato in Consul. Per quanto concerne l'anno di produzione per le Consul dopo il 1960 dovrebbe essere composto da x xxx xxxxxx (esempio 4 235 123456), ma se mi conferma la IT 27949 allora è un macchina prodotta anni '50 (1949?) per il mercato Italiano (la tastiera è una QZERTY).

martedì 2 ottobre 2012

Macchine per scrivere: Remington

Nel 1867 Christopher Sholes, Carlos Glidden e Samuel Lewis inventatarono un'altra macchina per scrivere. La macchina da scrivere Sholes e Glidden è stata la prima che ha permesso ad un dattilografo di essere più veloce di uno scrivano. Il brevetto (US 79265) fù venduto per 12.000 dollari a Densmore e Yost, che fecero un accordo con E. Remington and Sons (già famoso come produttore di armi), per commercializzare quello che era conosciuto come il Sholes e Glidden Type-Writer (su altre fonti ho trovato anche il nome Sholes e Glidden Writing Machine).  Remington iniziò la produzione della prima macchina da scrivere il 1 ° marzo 1873 a Ilion, New York (la Ilion Arms Manufactury). La Remington No. 2 del 1878  è stata la prima macchina da scrivere sia con lettere maiuscole e minuscole tramite un tasto shift e la tastiera QWERTY progettata da Sholes.

Monarch Pioneer
Il nome Remington ha profondamente segnato la storia delle macchine da scrivere. Infatti, nel 1876, la E. Remington & Son  inaugura la produzione industriale della macchina per scrivere.  Anche se la società si ritirò  precocemente dal mercato, il marchio Remington, passato a nuovi proprietari, continuò a rappresentare il simbolo  della macchina da scrivere.
La Remington è considerata la prima macchina da scrivere prodotta in serie.

Precedentemente erano stati prodotti altri modelli che rimasero dei prototipi non utilizzabili perchè non pratici o non funzionanti. (l'articolo sull'American Scientific non era completo e quindi a Sholes mancavano dettagli già inventati dal nostro Ravizza)

Nel 1886, E. Remington and Sons cedette la propria attività alla Standard Typewriter Manufacturing Company, Inc. Nella vendita erano inclusi anche i diritti di utilizzo del nome di Remington. Standard Typewriter cambiò il suo nome nel 1902 in Remington Typewriter Company. Questa ultima inglobò nel 1927 la Rand Kardex Company per formare la Remington Rand, che ha continuato a produrre apparecchiature per ufficio e più tardi divenne una società di computer e rasoi elettrici.

I primi modelli Remington

Con questa macchina è iniziata la mia collezione: Remington No6/7
  • 1873 - Remington No.1, la prima macchina a portare il nome Remington ma nella sostanza è una revisione della già citata Sholes e Glidden.
  • 1878 - Remington No.2 fù una macchina completamente rivoluzionata rispetto al modello precedente: misure e forma assomigliano molto alla nostra idea di una moderna macchina per scrivere (aveveno letto bene il brevetto del Ravizza). Aveva 39 tasti e la famosa tastiera "QWERTY" con  la possibilità di scrivere in maiscole e minuscole mediane un tasto che, facendo muovere all'indietro il carrello, comandava le maiuscole. Fu presentata nel 1876, preceduta da una'ampia campagna di stampa che ne illustra i requisiti e ne elenca i vantaggi sulla scrittura manuale, Remington presenta alla Esposizione Mondiale di Filadelfia il primo modello della sua macchina.
  • 1886 - Remington No.3 presenta un carrello più largo da permettere l'inserimento di un foglio di cm 35,6 (14") e l'aggiunta di tre nuovi tasti, rispetto al modello precedente, portandola così a 42 tasti.
  • 1883 - Remington No.4 fù il primo lodello economico molto vicino al modello No.2 con solo caratteri delle maiuscole.
  • 1887 - Remington No.5 molto simile al modello No.3, prodotta per soddisfare l'esigenze di mercato Europeo ed in particolare un carello largo per poter inserire un foglio di carta largo 24 cm.
Remington No.6/7 con tastiera francese

Seguiranno gli altri modelli fino al No.7 (nel 1898) che viene costruito per le necessità europee, con 42 tasti ed il tabulatore decimale, e più tardi i modelli 10 e 11 a scrittura visibile.

remington mod. 5 - numero di serie 25671
E' stato calcolato che nel 1882 le macchine in uso in America erano 2300 e tre anni dopo raggiungevano già le 5000 e circa 70000 nel 1887. Da articoli dell'epoca si evince che nel 1887 erano state vendute 35.000 Remington, 15.000 Caligraph, 4.000 Hammond e il resto diviso tra gli altri produttiri dell'epoca: Crandall, Hall, Columbia, Sun, World etc.

Nel 1905 si calcolava che la produzione industriale procedesse al ritmo di una macchina al minuto. Del resto già nel 1882 le "Remington" avevano raggiunto Genova, nel 1883 erano a Parigi e l'anno dopo in Germania.

Per i modelli successivi fate riferimento al grande lavoro, e una splendida collezione, svolto da  http://machinesoflovinggrace.com/rems.htm dove troverete tante informazioni e fotografie di tantissimi modelli e non poco rilevante una tavola riassuntiva con i numeri di serie e anno di produzione  http://machinesoflovinggrace.com/RemRandSerials.htm





domenica 30 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 5di5

Negli anni 50’ l’Olivetti marcia verso un’espansione mondiale, oltre che ad un ampliamento strutturale, così come Adriano aveva progettato nel ven- tennio precedente. Il numero di impiegati nei vari livelli della società supe- ra le 40.000 unità, di cui la metà solo in Italia e il capitale aziendale, in continuo incremento, ammonta ad oltre 40 miliardi di lire. Infatti l’azienda ha terminato l’ampliamento della fabbrica.
Adriano ha commissionato a Luigi Cosenza uno stabilimento a Pozzuoli, un esempio di equilibrio fra architettura e paesaggio. Con l’azienda pilota di Pozzuoli, inaugurata nel 1955, sembra concretizzarsi anche nel territorio napoletano il sogno di Adriano Olivetti di una fabbrica modello, progettata a “misura d’uomo” ove sia finalmente assicurata dignità culturale e civile al lavoro manuale, coinvolgendo impiegati, operai, collaboratori esterni in un progetto di paziente costruzione dal basso, in una condivisione di fini e in una prospettiva unificante.
Nel frattempo invece, a Ivrea, Edoardo Vittoria progetta la sede per il Centro Studi e Annibale Fiocchi insieme a Marcello Nizzoli e Gian Antonio Bernasconi il Palazzo Uffici; costoro realizzano anche il Palazo Uffici di Milano. Altro importante edificio che sorge in questi anni ad Ivrea è la mensa di Ignazio Gardella, un luogo studiato con cura per rendere quanto più confortevole la pausa pranzo degli operai ed impiegati.

Nel 1952 a New Canaan, negli Stati Uniti, la Olivetti aveva già iniziato un’attività di studio e ricerca nel campo dei calcolatori elettronici. Nel frattempo con l’avvento dell’elettroscrittura, l’azienda ha prodotto due celebri macchine, che vengono lanciate nel mercato nel 1964, la Praxis 48 e la Tekne 3. Il design in questo caso è curato da un altro personaggio, destinato a scrivere la storia del design Olivetti, Ettore Sottsass.
Ma l’esperienza più importante prende forma a Pisa, dove Adriano costituisce un gruppo di ricerca, affidato all’ingegner Mario Tchou ed al figlio Roberto Olivetti, per sviluppare un elaboratore per applicazioni commerciali. L’Elea 9003, questo è il suo nome, è il primo calcolatore elettronico costruito in Italia e viene presentato dall’azienda di Ivrea nel 1959; nell’anno successivo vince il Compasso d’Oro per l’innovativo design, del quale se ne è occupato invece Ettore Sottsass.

Nello stesso anno la Olivetti stipula un accordo per rilevare il 30% delle azioni della Underwood, storica fabbrica americana di macchine per scrivere e da sempre principale concorrente sul mercato, con oltre 10 mila dipendenti. Con l’Elea ha inizio nell’azienda una ricerca e sviluppo tecnologico senza precedenti, risultato sono il computer portatile Programma 101 (1965), e la TCV 250, disegnate entrambe dall’equipe di un altro importante designer che inizia a collaborare con Olivetti, Mario Bellini.

Entrambe le macchine entrano a far parte della collezione Permanente del Museo d’Arte Moderna di New York. 

La Olivetti affiderà a Bellini il design della quasi totalità delle macchine per ufficio per il ventennio successivo, mentre Sottsass si occuperà principalmente dei sistemi di arredamento ed interior design.

Il 27 febbraio del 1960 muore improvvisamente Adriano Olivetti a causa di un attacco di cuore sul treno che lo portava a Ginevra.  (complotto??)

Adriano Olivetti - il più grande industriale italiano
Con la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria che accellera l'entra nel capitale dell’azienda di Ivrea un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli e Mediobanca. Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. ---- e sì gli investimenti vanno fatti sulle automobili ---- Luciano Gallino dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta". E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra.

L’azienda negli anni 60’ produce altri prodotti di successo, ancora sulla spinta degli ideali dell’appena morto Adriano. L’esempio migliore è la macchina da scrivere Valentine, che insieme alla Lettera 22 rimane uno dei prototipi più belli mai realizzati.

Nel ventennio successivo alla morte di Adriano, nel 1960, l’ideale dell’illuminato imprenditore è rimasto diffuso, finché le strategie di mercato volte al breve periodo ed al guadagno immediato non l’hanno definitivamente spento. Il 1978, l’anno di arrivo di Carlo De Benedetti, ha segnato un punto di rottura nella storia dell’azienda.

Gli articoli sulla storia Olivetti sono tratti da ricerche fatte sul web ed in particolare alla tesi di Matteo Riva (Design e comunicazione audiovisiva industriale) e tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore

sabato 29 settembre 2012

Riparazioni e rigenerazioni della macchina per scrivere

Se avete trovato una macchina da scrivere in un negozio di antiquariato, in soffitta, in cantina o in uno dei tanti mercatini cittadini vi potete ritenere dei fortunati, e sicuramente ora vorrete provare il brivido di un salto indietro nel tempo.

La vostra macchina ha il nastro esaurito, il carrello non si muove ed i tasti sono induriti, la carrozzeria presenta punti di ruggine e la macchina non funziona come dovrebbe? Trovare parti di ricambio e riparatori di macchine da scrivere è diventato sempre più difficile ma fortunatamente il nostro Museo/Laboratorio vi può aiutare a trasformare la vostra macchina per scrivere in una macchina nuova ed utilizzabile.

Preventivi gratuiti.

giovedì 27 settembre 2012

Macchine per scrivere speciali: Telex - Telescrivente


Da Wikipedia: Il termine telex (acronimo di TELeprinter EXchange) indica un sistema di telecomunicazione sviluppato a partire dagli anni trenta e largamente usato nel XX secolo per la corrispondenza commerciale tra aziende. Il sistema è costituito da una rete di comunicazione a commutazione di circuito, inizialmente basata su un sistema simile alla teleselezione telefonica, e da apparecchi terminali chiamati telescriventi o semplicemente, nell'uso comune, telex. Fu dunque a tutti gli effetti un'evoluzione del telegrafo per la comunicazione dati a distanza tra due utenti attraverso un terminale molto simile ad una macchina da scrivere ed un primo passo verso le future reti di calcolatori. Il telex è ancora in uso per particolari applicazioni quali la diffusione di notizie, bollettini meteorologici e comunicazioni militari. Nel settore commerciale è ormai sostituito dai servizi Internet. In Italia il servizio Telex è ufficialmente cessato alla fine del 2001

       

Olivetti: la produzione. Di Vincenzo Desiderato

La macchina per scrivere esce dall’ufficio
Dopo la storica Olivetti M1, presentata nel 1911, bisogna attendere il 1920 per l’uscita un nuovo modello, la M20, e il 1930 per vedere il terzo, la M40. Sono tutte e tre macchine standard, pesanti e massicce, destinate ad un uso professionale negli uffici. Ma per ampliare le vendite occorre rivolgersi a nuove categorie di utenti e nel 1932, poco dopo il lancio della M40, l’Olivetti presenta una macchina per scrivere portatile: è la MP1.
MP1 - foto di Vincenzo Desiderato
L’idea del nuovo prodotto parte da Gino Martinoli e Adriano Olivetti, che poi seguono da vicino il progetto sviluppato in tempi molto brevi da Riccardo Levi; il design è di Aldo Magnelli. Per il mercato non è una novità: altri concorrenti da tempo hanno in offerta macchine portatili, ma per l’Olivetti è un cambiamento importante: il progetto ha richiesto un uso diverso dei materiali, un design completamente nuovo e anche un diverso approccio della rete commerciale. Rispetto ai 17 chili della M1, la MP1 pesa “solamente” 5,2 chili; è alta 11,7 centimetri, quasi la metà della M1, ed è destinata oltre che al mondo degli uffici anche agli utenti privati.
Il design è più leggero, gradevole: la meccanica che nei modelli precedenti veniva ostentata quasi con aggressività, ora è in parte mascherata dalla carrozzeria; la struttura verticale, monumentale, della M1 viene appiattita e alleggerita, così che la macchina possa più facilmente inserirsi anche nell’arredamento di un’abitazione. Al tradizionale (e unico) colore nero della M1 e della M20 si aggiungono sette diversi colori (rosso, blu, azzurro, marrone, verde, grigio e avorio) – una variabile in più da gestire nell’organizzazione della produzione e delle vendite. Inoltre, si è dovuto investire in nuove filiali, nuovi negozi, nuovi venditori per costruire una rete commerciale capace di raggiungere in modo capillare anche i privati. Sono i primi passi verso il mercato di massa.
Nel 1933 vengono prodotte 9.000 MP1, contro 15.000 macchine standard: un risultato apprezzabile, tanto più che i mercati risentono ancora della grave crisi del 1929. Alla vigilia della guerra, nel 1939, la produzione di portatili (MP1) e semistandard (Studio 42, modello con cui nel 1935 l’Olivetti entra nel settore intermedio tra portatili e macchine standard) arriva a sfiorare le 20.000 unità. Anche la Invicta, società torinese controllata dalla Olivetti, dal 1938 produce MP1, che vende col proprio marchio. La produzione Invicta cesserà nel 1950, quando la società verrà totalmente incorporata nell’Olivetti e il marchio sarà abbandonato.

mercoledì 26 settembre 2012

La Pergamena

Il Furgault nelle Antichità greche e latine dice che pergamena appellavasi quella carta fatta di pelli perchè la migliore fabbricavasi a Pergamo città della Misia nell Asia minore. Essa era ben conosciuta dai Romani e da Cicerone viene menzionata sotto il nome di membrana; posteriormente e massime ne bassi tempi chiamossi ancora pergaminum e pergamenum. Incerto è tuttavia chi fosse l inventore della pergamena Plinio pretende che inventata fosse quella manifattura a Pergamo e che per questo nominata fosse pergamena egli aggingne che Eumene re di Pergamo sostituì la pergamena al papiro per effetto di gelosia contro Tolomeo re d Egitto, lusingandosi di superare con questo mezzo la grande di Alessandria i di cui libri erano se non che in papiro.

Gli antichi persiani secondo Diodoro Siculo scrivevano tutte le storie loro sopra pelli e gli abitanti della Ionia al dire di Erodoto ser vivansi di pelli di montone e di capra per iscrivere anche molti secoli avanti l'età di Eumene re di Pergamo. Può dubitarsi che quelle pelli fossero preparate in egual modo che la pergamena nostra sebbene forse con minore artifizio. In epoca posteriore si immaginò di pulire la pergamena colla pomice e di questo trovasi spesso menzione negli scrittori latini. Nel citato Dizionario delle Origini si asserisce non si saprebbe sopra quale fondamento che i primi operai non fabbricavano se non che una pergamena giallastra ma che in Roma trovossi il segreto di imbianchirla, poi ancora di tignerla cosicchè si distinsero tre sorta di colori il bianco che naturale credevasi della pelle il giallo che stendevasi soltanto sopra una faccia rimanendo l'altra bianca ed il colore di porpora che vedevasi dall'una e dall'altra parte.

Ardita è pure e difficilmente sostenibile l'asserzione che avanti quell epoca la pergamena servisse esclusivamente pei libri e il papiro egizio per i diplomi. Può ammettersi tuttavia che in que tempi noto non essendo il papiro e in appresso la carta di cotone nella Germania e nell Inghilterra si facesse uso esclusivamente in quelle provincie della pergamena. Non ben s'intende nè pure ciò che dire si vogliano i compilatori di quel Dizionario asserendo che alla tela di canapa è dovuta la conservazione degli antichi manoscritti. Si soggiunge che a quest oggetto adoperavansi la corteccia del papiro e la pergamena con che non si sarebbe mai fatta tela di canapa ma che la difficoltà di procurarsi in occidente quel vegetabile prezioso proprio soltanto dell Egitto fece rinunziare a quell uso; si cita quindi Eustazio il quale asserisce che nel XII secolo perduta erasi interamente l'arte di fabbricare il papiro. Questo vuol dire che al papiro ed alla pergamena non mai alla tela di canapa si può ascrivere la conservazione degli antichi codici.

Quanto alla pergamena si nota in quel Dizionario che i monaci i quali nell età di mezzo erano quasi i soli copisti ed amanuensi trovaronsi talvolta troppo poveri per potersi procurare le membrane necessarie per formare de libri . Si stabili dunque nella Grecia verso il secolo XI e quindi in Europa nei tre secoli successivi il costume di cancellare per mezzo di certe lozioni o bagnature la scrittura degli antichi manoscritti in pergamena affine di servirsene per iscrivere trattati di altre materie ma più sovente leggende o omilie. Questa e l'origine dei così detti palinsesti perchè fortunatamente la negligenza con cui fu eseguita la raschiatura o la lavatura delle antiche pergamene lasciò luogo a distinguere sotto le nuove linee della scrittura linee o frasi intere dell'antica.
I lumi della moderna chimica vennero pure per buona sorte in soccorso degli eruditi e dei paleografi onde fare sparire i nuovi caratteri dei codici rescritti e far ricomparire gli antichi. Non è tuttavia esatto ciò che si legge nel citato Dizionario delle Origini che forse non ci sarebbe rimasto un solo degli antichi scrittori classici se non si fosse portata dall Oriente in Europa verso il secolo XIII l'arte di fabbricare la carta di cenci.

Osserveremo per ultimo che gli antichi italiani conoscevano una carta detta non nata così chiamata perchè fatta di pelle d'animale tratto dal ventre della madre avanti che nascesse. Questa era forse una specie di pergamena finissima della quale si trovano tuttora alcuni saggi negli antichi codici e nelle antiche scritture.

La Carta

Navigando su internet alla scoperta di libri sulle invenzioni degli ultimi due secoli mi sono soffermato su googlebooks e ho trovato le seguenti informazioni sulla carta e le sue origini su un vecchio scritto dei primi dell'ottocento, e naturalmente riporto stralci che aiuteranno il nostro sapere. Recita così:
"CARTA Composto che si fa lo più di cenci o lini macerati e riduce in fogli sottilissimi per di scrivervi. Negli antichi nostri scrittori si legge che all epoca in cui fu scritto il Decamerone del Boccaccio si facevano i libri come in di carta o pecorina o alla quale fu poi sostituita di cenci di lino e non più si facevano di tavole come ne tempi antichi.

Nel Dizionario francese delle Origini si nota che secondo Plinio gli antichi scrissero da prima sopra foglie di palma poi sopra eorteccie di alberi donde credesi derivato il nome di liber si soggiugue che in appresso si fece uso di tavolette intonacate di cera sulle quali scrivevansi i caratteri con un punto o uno stilo del quale una estremità era acuta a line di potere scrivere e l'altra piatta ad oggetto di potere cancellare.

Finalmente si dice nello stesso Dizionario si introdusse l'uso della carta ma questa consisteva in fogli preparati per essere scritti formati colla corteccia di una specie di canna detta papyrus donde i Francesi credono derivato il nome loro di papier. Questa pianta cresceva sulle rive del Nilo e produceva una quantità di tronchi o fusti triangolari alti sei o sette cubiti ma gli eruditi non convengono tra di loro sull epoca in cui gli uomini cominciarono a servirsi del papiro per iscrivere. Peuchet nella sua introduzione al Dizionario universale della Geografia del Commercio cita Varrone che quella scoperta colloca sotto il regno di Alessandro e precisamente nell epoca in cui quel principe fondò la città di Alessandria d Egitto.

Ma quella opinione di Varrone è combattuta da Plinio fondato sulla testimonianza di uno storico il quale diceva che un romano lavorando un terreno ch egli aveva sul Giauicolo trovò iu una cassa di pietra i libri del re Numa scritti sopra fogli di papiro. Egli narra altresì che Mucieno che era stato tre volte consolo assicurava di aver veduto in un tempio mentr egli era prefetto della Licia una lettera scritta da Troja da Sarpedone re della Licia stessa sopra un papiro dell Egitto.

Si soggiugne nel citato Dizionario che nei libri di Omero, di Erodoto, di Eschilo, di Platone, ecc trovatisi prove dell'uso di una carta o del papiro in Egitto avanti la fondazione di Alessandria.

Si fa osservare in questo luogo che in Francia ed in Germania duranti i secoli V e VI non si fece uso di altra materia per iscrivere che nel VII ed VIII secolo i canbiamenti avvenuti nell Oriente per le incursioni degli Arabi obbligarono i popoli settentrionali dell' Europa a far uso della pergamena ma che si tornò per qualche tempo a scrivere sul papiro che ancora si adoperava nel XI e anche nel XII secolo. Questo passo del Dizionario Origini abbisogna di qualche correzione perchè 

  1. non è vero che V e VI secolo non si facesse uso se non se dal papiro giacche dai Romani era stato introdotto e trasmesso ai popoli da essi soggiogati l'uso simultaneo della pergamena e del papiro 
  2. non può dirsi a rigore che tutta l'Europa settentrionale fosse ridotta a servirsi pergamena nei secoli VII ed Vili continuato essendosi a scrivere papiro in Italia massime nelle Provincie dominate dai Greci e altrove
  3. non in tutte le provincie europee ma nell'Italia soltanto si continuò a scrivere papiro nel secolo XI e forse nel XII mentre oltremonti si faceva uso esclusivamente della pergamena ne provare la tesi che si adoperasse papiro può giovare l'osservazione la carta di stracci non fosse inventata se non che nel secolo XII 
Benchè non si conosca precisamente l'epoca del primo stabilimento delle cartiere in Europa maggiore oggetto di disputa forma l'invenzione della carta di stracci che non si sa bene a chi attribuire. Scaligero pretende che quella invenzione si facesse nella Germania il marchese Mauei non conte come è scritto nel citato Dizionario con molta erudizione si studia di rivendicare quella invenzione agli Italiani altri pretendono che alcuni Greci rifuggiti a Basilea insegnassero colà l'arte di fabbricare la carta bombicina o di cotone che nel loro paese praticavasi. Ma è assai più probabile che i Greci rifuggiti in maggior numero in Italia anzi che in altri paesi portassero e tra di noi spargessero l'arte di fabbricare quella carta detta anticamente hambacina o anche cotonien della quale assai antico trovasi l'uso in Italia.
Nel citato Dizionario delle Origini si dice che quella carta di cotone sembra essere stata sostituita al papiiro presso gli Orientali verso il X secolo il che non è ben chiaro può ammettersi tuttavia che l'uso di quella carta introdotto dagli Arabi si estendesse moltissimo nell impero di Oriente massimo nel XII secolo e che l'uso non ne diventasse generale se non che verso il principio del secolo XIII, si riconosce tuttavia anche dai Francesi che quella carta non era ancora molto conosciuta dai Latini eccettuati alcuni paesi d Italia che esercitavano continuo traffico colla Grecia il che maggiormente conferma che quell arte passata era probabilmente dai Greci agli Italiani.

domenica 9 settembre 2012

Olivetti e la produzione italiana - 4di5


Gli anni della seconda guerra mondiale denotano un innato attivismo politico da parte di Adriano. Già attraverso l’azienda Olivetti egli cerca con ogni mezzo di supplire alle carenze legislative, politiche ed economiche di cui erano vittime le classi operaie. Durante la sua vita scrive infatti tre libri: L’Ordine politico delle Comunità, nel 1947; Società, Stato, Comunità, nel 1952 e Città dell’uomo, nel 1960. In essi si pùò tracciare un filo conduttore che delinea il progetto di politico Adriano. Durante la guerra è invece spiato dalla polizia fascista che nel fascicolo a lui dedicato lo bolla come “sovversivo”. Dopo la caduta del fascismo, è arrestato da Badoglio perché cerca di avvertire gli Usa di non fidarsi di lui. Tornato libero, rimane per un po’ in clandestinità, poi ripara in Svizzera. Durante l’esilio in Svizzera (1944-1945) collabora con la Resistenza, frequenta assiduamente Altiero Spinelli, teorico dell’unità europea, e completa la stesura del libro L’ordine politico delle comunità, pubblicato alla fine del 1945. Vi sono espresse le idee alla base del Movimento Comunità, che fonda nel 1947, con una serie di proposte intese a istituire nuovi equilibri politici, sociali, economici tra i poteri centrali e le autonomie locali. La rivista “Comunità”, che inizia le pubblicazioni nel 1946, diventa il punto di riferimento culturale del Movimento.

Nel dicembre del 1943 muore Camillo e Adriano alla fine della guerra ritorna alla guida della società. Nel 1940 l’Olivetti ha intanto brevettato la prima macchina da calcolo progettata e interamente costruita ad Ivrea, la MC4S Summa, disegnata da Marcello Nizzoli . Quest’ultimo inizia una fortunata collaborazione con l’azienda. Negli anni successivi disegna la nuova macchina per scrivere Lexikon 80 e la calcolatrice Divisumma 14, che escono nel 1948 e segnano una svolta importante nel campo della scrittura e del calcolo meccanico. Due anni più tardi è di nuovo protagonista con la macchina per scrivere portatile Lettera 22, che guadagnerà il Compasso d’oro nel 1954 ed un posto permanente nel Museo d’Arte Moderna di New York. Esce infine nel 1956 la calcolatrice Divisumma 24, progettata da Natale Capellaro e disegnata sempre da Marcello Nizzoli, che avrà uno straordinario successo in tutto il mondo tanto che nel 1958 si registra che sui mercati internazionali l’esportazione si aggira intorno al 60% dell’intera produzione Olivetti. Viene presentata anche la macchina per scrivere Lexikon Elettrica: è il primo modello elettrico. Siamo agli albori dell’avventura elettronica olivettiana.

Olivetti e la produzione italiana - 3di5

Gli anni 30’ non segnano solo l’ascesa di Adriano in azienda, parallelamente egli incontra il razionalismo e l’architettura moderna, un momento fondamentale per il primogenito di famiglia Olivetti oltre che per l’impresa stessa. Inizia infatti a delinearsi la strategia con la quale l’Olivetti diviene un’azienda all’avanguardia in tutti i sensi. In secondo luogo Adriano si fa interprete ne anticipa il concetto di quella che noi oggi chiameremmo corporate identity, generando ed un esempio riconosciuto universalmente in cui c’è il tentativo riuscito di dare un’unità identitaria a tutti i livelli della società. Fra il 1931 ed il 1934 Adriano soggiorna a Milano con uno specifico incarico aziendale. Nel capoluogo lombardo frequenta la Triennale, conosce i giovani architetti Luigi Figini e Gino Pollini con i quali inizia una amicizia che si protrarrà per i successivi trent’anni. Affida ai due giovani lo studio dell’ampliamento dello stabile di via Jervis, progetto che parte nel 1934 per concludersi nel 1958. Questa fabbrica diventa uno degli esempi più completi di “razionalismo” in Italia. Figini e Pollini fanno parte infatti del “Gruppo 7” che segue le avanguardie internazionali degli anni Trenta, con un riferimento preciso all’opera di Le Corbusier. Adriano alla fine del 1934 affida loro anche il progetto urbanistico di un nuovo quartiere ad Ivrea, documento che egli stesso firma. In questa circostanza l’imprenditore inizia una corrispondenza anche con Le Corbusier con il quale discute e si incontra intorno al 1936, senza però realizzare una vera e propria diretta collaborazione, che avverrà invece vent’anni dopo attraverso il figlio, Roberto. Ancora più importante è il piano regolatore della Valle d’Aosta, esperienza che porta Adriano a ricercare altri giovani architetti ed urbanisti, individuati tramite le Triennali e Casabella. Di fronte ad essi ed alla loro assolutezza giovanile ricorda che «bisogna dar voce all’uomo della strada», lascia larga iniziativa, pur conservando sempre l’ultima parola. Le idee sono comunque spesso convergenti, gli architetti conservano verso Adriano una grande fiducia, come testimoniano queste righe di Ernesto Nathan Rogers: «Non ho mai conosciuto un cliente come lui che, quando criticava un progetto, non era per impoverirlo ma se vi faceva rifare i disegni era per incoraggiarvi ad essere di più: più attuali nell’immaginazione, più attuali nelle idee, in una parola, a essere più veri». Oltre che l’ampliamento della stessa fabbrica, Adriano fa costruire delle filiali in Italia ed all’estero (a Pozzuoli, in Brasile, Spagna, Argentina, Messico e Stati uniti), e i complessi abitativi per gli impiegati, dotati di spazi comuni, biblioteche, asili nido. L’ambiente di lavoro viene così disegnato dall’imprenditore secondo una logica di famigliarità e accoglienza dove l’essere umano ha una sua dignità inalienabile.

mercoledì 15 agosto 2012

Valentine

Ettore Sotsass: «La portatile, oggi, diventa un oggetto che uno si porta dietro come si porta dietro la giacca, le scarpe, il cappello, voglio dire queste cose alle quali si bada e non si bada, queste cose che vanno e vengono, queste cose che tendiamo a smitizzare sempre di più, perché non andiamo più a farci fare i vestiti in Bond Street e in fondo neanche dal sarto sotto casa, ma abbiamo la forte tendenza ad andarli a cercare fra i residuati di eserciti più o meno in disarmo e ad ogni modo abbiamo la forte tendenza a comperarli in posti dove si fa presto, dove i gesti diventano sempre più scorrevoli e sganciati, dove ci sentiamo sempre meno condizionati forse per lasciare che poi l’impegno o gli impegni si dirigano verso altre zone o altri problemi. La Valentine l’abbiamo disegnata pensando un po’ a queste cose e pensando che una biro, un cappello, una giacca, una portatile possono anche far parte, ad un certo punto, di un tipo di ritmo, di un catalogo di valori, di una misura di spazi o di ambienti che non siano inevitabilmente quelli della proprietà, del sussiego, della continuità, della definizione e tutte queste cose, ma possono anche essere gli ambienti, gli spazi, i ritmi, le dimensioni e i valori di una continua creatività, della permanente sconfessione e ricreazione dei linguaggi, di un permanente spostamento degli equilibri e alla fine di una specie di permanente gioco di strizzatine d’occhio, di strette di mano, di passaggi di idee, di proposte.... 
la Valentine ha finito per essere un oggetto rosso fatto con una materia sufficientemente moderna e popolare, con un disegno sufficientemente moderno ma anche sufficientemente popolare, un oggetto da essere situato con relativo successo in tutti i posti, ma anche abbastanza aggressivo e anche abbastanza preciso nella sua formulazione da suscitare intorno a sé reazioni di apertura piuttosto che di chiusura, voglio dire che dove c’è si vede e quando c’è suscita intorno una catena di spostamenti ottici e psichici che mettono tutti nella condizione (restando naturalmente dentro nei limiti di questi problemi) di ricominciare da capo la sistemazione delle cose: voglio dire che bene o male questo oggetto rosso, abbastanza aggressivo e popolare, diventa un po’ un catalizzatore di azioni e di movimenti. Dato che ci hanno chiesto di pensare a disegnare anche l’annuncio di questo prodotto, abbiamo cercato di fare qualcosa che rappresentasse e spiegasse queste idee, e siamo andati a mettere la Valentine in più posti possibili per vedere come si comportava e cosa succedeva intorno e abbiamo fatto un sacco di fotografie. Così dopo un po’ siamo venuti in possesso di una grossa documentazione, una specie di reportage del viaggio fatto fra la gente da un oggetto invece che da una persona, e non è neanche andata poi tanto male, perché tutti erano abbastanza contenti di giocare con questa Valentine e di starle insieme e per il resto anche lei, questo oggetto rosso, finiva per confondersi abbastanza bene con le cose che già ci sono nel mondo, le cose naturali e le cose artificiali che fanno questa gran confusione nella quale viviamo. C’è ancora da dire che forse tutta la grafica con la quale abbiamo annunciato la Valentine, non è perfetta: forse si scosta molto dalla antica, famosa, favolosa, classica impostazione della Olivetti, ma spero ci sarà perdonata la presunzione - che certo non è irriverenza - per aver tentato un’apertura verso i nuovi tempi e anche verso la nuova struttura dei programmi dell’industria che affronta ogni giorno responsabilità più vaste e società più coscienti. Forse si potrà continuare a fare cose sempre meno peggio se la fortuna ci assiste. E poi mi sembra importante di dire che a disegnare questo oggetto mi hanno aiutato anche Albert Leclerc e Perry King»

venerdì 22 giugno 2012

Olivetti e la produzione italiana - 2di5

Adriano Olivetti
L’ascesa di Adriano inizia nel momento in cui egli consolida la propria figura di leader all’interno dell’azienda, assistita da un’équipe intelligente di professionisti. Compaiono infatti negli anni 30’ le prime inserzioni sui giornali dove l’Olivetti pretende figure professionali specializzate. La piccola industria semiartigianale e centralizzata fondata da Camillo viene superata e sostituita dalla nuova politica del figlio Adriano dove egli stesso è il regista, il coordinatore che sceglie le linee strategiche nuove, moderne, ispirate dalle esperienze accumulate dagli studi dei testi economici e dai numerosi viaggi oltreoceano.Il regime fascista a sua volta favorisce l’espansione attraverso la politica di difesa del prodotto nazionale con delle leggi specifiche già  in vigore dal 1926.  La crisi del 29’ viene  affrontata attraverso una razionale riorganizzazione che porta allo sviluppo di nuovi studi di prodotto (come gli schedari meccanici e Olivetti Synthesis, uno stabilimento per la produzione di mobili per uffici situato a Massa Carrara), servizi di pubblicità, ufficio progetti e studi (un luogo di comune scambio e condivisione del lavoro operato da tutti coloro che occupano una posizione di responsabilità), rafforzamento della struttura commerciale .

Queste operazioni facilitano un dialogo serrato fra due interlocutori appartenenti a due ambienti spesso distanti fra loro, la fabbrica e le arti, il design e l’industria. Nel 1930 esce una nuova macchina per scrivere, la M40, e nel 1932 la prima portatile, la MP1.
Gli anni della ripresa economica, che inizia intorno al 1933, sono dunque i primi di grande espansione, resa possibile non solo dalla riorganizzazione aziendale della Olivetti, ma anche dalla crisi della concorrenza estera (le industrie americane e tedesche sono state molto colpite). Il mercato viene così conquistato: l’Olivetti ha una produzione annua di 15 mila macchine per ufficio e di 9.000 portatili, i dipendenti sono 870, in Italia l’organizzazione commerciale è costituita da 13 filiali e 79 concessionari, all’estero il marchio è presente in 22 paesi.

Nel 1934 la posizione di Adriano in azienda viene ulteriormente rafforzata da un “atto di sindacato azionario e patto di famiglia”, decisivo se si considera che da questo momento in poi tale nuova posizione può consentirgli di realizzare a pieno il proprio programma d’impresa.

Nel 1935 esce la Olivetti Studio 42, macchina semi-standard per ufficio che completa assieme alla più classica per ufficio M40 e la portatile MP1 la prima serie di macchine da scrivere. In parallelo viene prodotta la prima telescrivente italiana, la T1, operazione in cui Olivetti tenta di aprire una linea di calcolatrici e addizionatrici. Nel 1936 si registrano notevoli esportazioni in tutta Europa (nel 1938 raggiungono un terzo del
fatturato), mentre in Italia il monopolio è più che dichiarato con un numero di 30.00 macchine registrate nel 1939.

Olivetti e la produzione italiana - 1di5

Parallelamente alle produzioni americane, in Europa si sviluppò una fiorente produzione, legata in particolare alla Germania, con i marchi Adler, Continental, Erika, Ideal, Titanic e Triumph.

In Italia nel 1908 Camillo Olivetti fonda la Ing C. Olivetti & C., la prima fabbrica italiana di macchine da scrivere. Il primo nucleo industriale è composto da venti operai e l’industria colloca la sua prima sede in via Jervis ad Ivrea.
Nel 1911 viene presentata all’Esposizione Universale di Torino la prima macchina da scrivere progettata dall’azienda, la M1 che è anche il primo oggetto industriale italiano del genere. L’anno successivo vengono aperte anche le prime filiali in Italia e la produzione di macchine da scrivere aumenta il suo numero di esemplari fino a produrne ben 23 la settimana.  

La diffusione delle macchine Olivetti viene anche supportata da una studiata pubblicità che compare sulle riviste e sui posters: dedicheremo successivamente un paragrafo all’immagine aziendale. 

Il 1920 è l’anno in cui viene presentato un secondo modello, la M20, che troverà sbocchi in nuovi mercati internazionali, europei e sudamericani soprattutto.
Gli anni successivi sono i più importanti dal momento che fa il suo esordio in azienda il primogenito di Camillo, Adriano. Egli lavora come operaio tra il 1924 ed il 1925 e viaggia più volte negli Stati Uniti visitando aziende come la Remington di Illion, la Corona di Groton ma soprattutto la Ford e la Lincoln di Detroit. Adriano rimane entusiasta soprattutto della visita della Ford, definita un «miracolo di organizzazione, perché tutto marcia senza burocrazia... tutto corre ed opera continuamente...tutto è raggiunto con la enorme specializzazione operativa... tutto ordinato, pulito, chiaro».
Queste esperienze americane segnano la vita del giovane Adriano che, nel decennio successivo, avvia una radicale riorganizzazione aziendale.

Macchine per scrivere: il design - Ettore Sotsass

tratto da una tesi di laura di Matteo Riva - Politecnico di Milano


Il design, riferito in questo caso al prodotto, rientra anch’esso nella cultura imprenditoriale dello Stile Olivetti ma possiede altresì una propria complessità che occorre approfondire. Ci si avvale principalmente della collaborazione degli scritti e delle testimonianze dirette di uno tra i più grandi designer che approdano ad Ivrea, Ettore Sottsass.
Ettore Sottsass

Costui è infatti da considerarsi come una figura chiave nella storia del Design Italiano, in quanto formulatore, insieme all’Olivetti,  di un nuovo modello del rapporto tra l’industria ed il designer, volto a prefigurare una fertile reciproca autonomia.
La figura del designer nella Olivetti conquista una posizione molto diversa rispetto ai modelli contemporanei come potevano essere le aziende americane o tedesche.
«Credo che un cosidetto industrial designer, una volta che gli si dice che è un designer, debba essere messo in grado di giocare il ruolo fino in fondo, cioè debba essere messo in grado di trovare lo spazio per colloquiare a parità di voce, a parità di poteri, sul tema della figura, del catalogo iconografico, sul tema dei segni, dei destini linguistici».
Questa riflessione di Sottsass sul ruolo del progettista nell’impresa si concretizza nel progetto Elea, nell’incontro professionale fra Roberto Olivetti, Mario Tchou e lo stesso Ettore:  viene infatti studiato un nuovo sistema di rapporti, in cui il il designer diventa “consulente” dell’industria, evitando in questo modo l’intaccamento diretto con le lotte, le competizioni, la routine giornaliera insomma, all’interno dell’industria.

Andrea Branzi illustra questo processo affermando che «in questo modello il design non era una funzione industriale, impegnata a risolvere i problemi produttivi, ma un’attività strategica, una cultura civile, immersa nel cambiamento della società, e quindi in grado di fornire alla grande industria attraverso il progetto, la sua identità dentro questa».

Ne deriva così l’idea di un design che «non è soltanto un sistema per vendere meglio un prodotto, ma rappresenta da un lato l’immagine stessa  dell’azienda, la realtà formale dell’industria, l’immagine con la quale l’industria si presenta alla società e dall’altro lato rappresenta o perlomeno partecipa in qualche maniera non certo determinante alla costruzione  dell’immagine stessa della società». Sottsass afferma infine che il compito principale del design, il “goal” è quello «di disegnarsi il mondo circostante, di disegnare quella parte di microcosmo che però diventa macrocosmo  quando si diffonde e gira per tutto il mondo». Nei fatti questa intuizione  si applica attraverso la riorganizzazione dei settori decisionali dell’industria,  dove il design cessa la propria dipendenza dal markenting, in favore di una più consolidata autonomia direttamente nel management, in modo da consentirgli un proprio potere decisionale. In tal senso, Adriano Olivetti si fa di nuovo interprete di una nuova politica  industriale, istituendo un organismo chiamato “Relazioni culturali, disegno industriale e pubblicità”, che si accosta dal punto di vista funzionale  proprio al management.

martedì 17 aprile 2012

Macchine per scrivere: Columbia Royal Barlock


La macchina dispone di una doppia tastiera e tasti separati per numeri e simboli vari. La metà dei tasti sono neri con scritte bianche e il resto sono di colore bianco con scritta nera. ROYAL BAR-LOCK è impresso in caratteri decorativi sulla parte anteriore del cestello. 

Nel 1888 fu realizzata la prima macchina da scrivere con questo nome ( Columbia Bar-Lock ) inventata da Charles Spiro. Il modello americano aveva 78 tasti, un tasto per ogni carattere, mentre 86 ne aveva quello europeo. Fu la prima macchina ad utilizzare i tasti di gomma dura.
Royal Barr-Lock mod. 14 - numero di serie 173594 circa 1909
L’inventore riconobbe che solo una macchina da scrivere con i tasti poteva essere adatta per il lavoro commerciale e concentrò in questa direzione i suoi sforzi. Le leve su cui sono collegati i caratteri si trovano nella parte superiore all'interno del cestello che copre parzialmente la vista rispetto al foglio ma da consentire una scrittura visibile. In realtà una macchina da scrivere senza una struttura vibrante per il nastro non avrebbe consentito una vera scrittura visibile: per vedere ciò che era stato digitato, la dattilografa doveva stare in piedi o appoggiarsi sopra la macchina), per cui, per perfezionare la visibilità della scrittura Spiro modificò la macchina nel 1892. Caratteristica importante fu la prima introduzione del tabulatore nel modello n° 4 nel 1895.

La denominazione Royal Bar-Lock deriva dall’utilizzo che ne fecero gli uffici della Casa Reale d’Inghilterra : come possiamo vedere dalle pubblicità dell’epoca, la macchina è stata ampiamente utilizzata negli uffici e dalla Marina negli States, negli uffici comunali e del governo a Londra, Glasgow, Liverpool e altri numerosissimi uffici postali, bancari e privati del Regno Unito. 

Il modello a tastiera estesa fu sostituito con la produzione del modello nr. 16 nel 1921 che oltre ad una tastiera a 4 file di tasti aveva le stesse caratteristiche di una classica macchina da scrivere.

Una buona collezione puoi trovarla sul sito http://www.machinesoflovinggrace.com/ptf/TEGBarLock.html

lunedì 16 aprile 2012

Macchine per scrivere: Oliver

Oliver nr. 3 - Oliver nr. 5 - Oliver nr. 6
Le macchine a "orecchio d'asino".  Le macchine da scrivere del Oliver sono state rifinite con vernice verde oliva e tasti bianchi o neri, secondo la preferenza del cliente. Il colore è stato cambiato da verde a nero con il modello nr. 11.

Il mio primo lavoro di riparazione di una macchina da scrivere mi fù commissionato dall'Ing. Tonino. Oltre ai ringraziamenti ricevuti per aver rimesso in sesto la sua Olivetti Diaspron, Tonino mi ha regalato una copia del film "Policarpo Ufficale di Scrittura" interpretato, nel 1959, da Peppino de Filippo e Renato Rascel. In questa meravigliosa commedia viene presentata una macchina da scrivere agli ufficiali di scrittura: una Oliver a carrello lungo.

A quanto pare nell'ottocento i Reverendi avevano anche il tempo e le risorse per potersi occupare di cose terrene (il Reverendo Hansen Schreibkugel è un esempio), in quanto anche l'inventore della Oliver fù il Rev.  Thomas Oliver (nato in Ontario, CA il 01 agosto 1851) .
Il primo brevetto riporta la data del 1892 e la prima Oliver fù venduta due anni più tardi ad un altro Ministro della Chiesa. Importante ricordare che dalla Casa di Chicago furono prodotti vari modelli: nel 1894 il modello nr. 2, nel 1898 il modello nr. 3, nel 1907 il modello nr. 5 e cosi fino al mod. nr.11 prodotto nel 1922.
Negli anni 1921/1922 a causa della contrazione delle vendite, dovuta alla ormai famosa crisi economica, furono ritirate moltissime macchine ai clienti morosi causando rilevanti perdite di esercizio. Nel 1926 gli azionisti deliberarono la messa in liquidazione della società per evitare di ricorrere a nuovi finanziamenti o indebitamento con capitale a prestito; contemporaneamente incaricarono l’impiegato Chester Nelson a sorvegliare le operazioni di liquidazione e nel 1928, la Oliver Typewriter Company fu ceduta alla British Oliver Typewriter Company con sede in Inghilterra.
La British Oliver nel 1931 cessò la produzione del modello originale Oliver e iniziò la produzione del Modello “Fortuna” su disegno tedesco (tastiera a 4 file) e nel 1935 la produzione del modello standard della Halda-Norden (mod. nr. 20). Si ritornò alla tastiera a tre con il modello nr. 15 prodotto su una importante ordinazione da parte del Governo Inglese a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, varie società produttrici furono autorizzate ad usare i disegni della macchina da scrivere dell’Oliver, producendo modelli con nome diversi, come: "il Courier" (Austria), "Fiver" (Germania), "Stolzenberg" (Europa) e "Revilo" (Argentina).
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, per ordine del governo britannico l’azienda fu costretta a riprendere la produzione dell’originale progetto e disegno della Oliver (mod. nr. 21). I modelli Oliver 20 e 21 differiscono dai precedenti modelli per avere 4 file di tasti oltre ad un restyling e funzioni diverse.
Nel 1958, l’Oliver incorporò la Byron Typewriter Company, già Barlock Typewriter Company di Nottingham, Inghilterra.
Nel 1959 la British Oliver Typewriter fu messa in liquidazione e tutti i macchinari furono ceduti ad una fabbrica tedesca. Dal 1930 al 1959 furono prodotti vari modelli di Oliver Portatile.altre infosu: http://en.wikipedia.org/wiki/Oliver_Typewriter_Company

giovedì 22 marzo 2012

Macchine per scrivere: il design

Quando noi italiani parliamo di design in relazione alle macchine da scrivere ci riferiamo subito a due nomi legati a Olivetti: Ettore Sottsass e Marcello Nizzoli.

Per meglio capire cosa sia il design ci facciamo aiutare da Dieter Rams che è internazionalmente conosciuto come colui che ha dettato i principi del buon design:
  1. innovativo
  2. rende il prodotto utile
  3. estetico
  4. comprensibile
  5. discreto
  6. onesto
  7. intramontabile
  8. completo in tutti i dettagli
  9. eco-compatibile
  10. meno design possibile puro e semplice
Tre sono le macchine italiane che normalmente vengono indicate come ottimo prodotto di design e ognuna appartiene ad un designer diverso: la Lettera 22, Studio 42 e Valentine. Io espongo in foto la Lexikon 80.

Olivetti Studio 42
Nel 1935 venne realizzata la prima macchina per scrivere affiancando disegnatore e ingegneri, la Studio 42, con il contributo dell'ingegnere Ottavio Luzzati, del pittore Xanti Schawinsky e degli architetti Figini e Pollini.

Olivetti Lexikon 80
Marcello Nizzoli, nel1938 inizia la collaborazione con l'Ufficio tecnico di pubblicità della Olivetti di Ivrea prima come grafico e poi come designer a partire dal 1940, anno del suo primo prodotto industriale: la calcolatrice MC 4S Summa.
Negli anni successivi realizza alcuni dei più celebri prodotti Olivetti, come le macchine da scrivere Lexikon 80 (1946-1948), Lettera 22 (1950), Studio 44 (1952), Diaspron 82 (1959) e le calcolatrici Divisumma 14 (1947) e Tectatrys (1956).

Nel 1952 la Lettera 22 e la Lexikon 80 vennero incluse nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York. 
Nel 1959 l'Istituto Tecnologico dell'Illinois riunì 100 designer e selezionò la Lettera 22 come il primo dei 100 migliori prodotti di design del periodo 1859-1959, nove anni dopo la sua creazione. 


Ettore Sottsass, nel 1958 inizia la sua collaborazione con la Olivetti, nel settore del computer design a fianco di Marcello Nizzoli, di cui prenderà il posto dopo il ritiro. Questa attività che durerà circa 30 anni e porterà all'affermazione di un nuovo stile per i prodotti da ufficio della ditta di Ivrea. Tra gli oggetti progettati si possono ricordare le calcolatrici Summa-19, Divisumma 26 e Logos 27 (1963), le macchine da scrivere Praxis 48 (1964) e Valentine con Perry King (1969), il sistema per ufficio Synthesis (1973)  e il computer M24 (1984). Il progetto più importante è stato il computer Mainframe Elea 9003 (1959), grazie al quale vinse il Compasso D'Oro nel 1959.

Macchine per scrivere: un progetto

Da tempo penso di voler realizzare una giornata della Macchina da Scrivere. Celebrare questa invenzione con il ritorno allo scrivere pensando. Difficilmente oggi si scrive di impulso su una tastiera senza ricorrere al tasto "back", torna, per eliminare la parola, frase, o addirittura tutto quello che si è scritto in precedenza. Il nostro pensiero corre liberamente dando impulso alle dita, o meglio ad alcune di esse, per digitare su una querty quasi muta una serie di caratteri. Manca un po' di romanticismo ma è veramente comodo. La settimana scorsa ho scritto una lettera con la Olivetti M20. Dopo averla pulita ed oliata le ho sostituito il vecchio nastro, ormai in disuso da anni, con un nuovo bicolore rosso/blu. Inserito ed allineato il foglio ho iniziato a scrivere una lettera concentrato su due cose: come impostare e soprattutto cosa scrivere evitando errori ortografici e di punteggiatura; evitando in questo modo di accartocciare il foglio e lanciarlo con abilità cestistica nel cestino più lontano e reinserirne uno nuovo. L'emozione è stata bellissima! Imposto bene le mani, come da insegnamento ricevuto a scuola , e inizio: non tutte le dita rispondono ai comandi e la tentazione di utilizzare solo gli indici è forte ma il veder partire il martelletto e imprimere il foglio con quel blu accesso mi eccita.
L'occasione di poter condividere la mia passione, per questo mondo, con altri mi intriga. Da una parte soddisferei il mio ego e dall'altra donerebbe emozioni a qualcun altro. Ma a chi?, dove? come? Ho pensato ad una lezione scolastica, post scolastica oppure presso un associazione (la mia è troppo giovane e gli spazi sono limitati). Vorrei impostarla con la mia stessa visione della macchina per scrivere. Non tanto per provare a scrivere su un supporto diverso da Iphone o simile, ma per intraprendere un percorso che passa per la macchina. La visione dell'uomo, pensatore ed inventore, attraverso l'invenzione e l'uso della macchina.

mercoledì 21 marzo 2012

Macchine per scrivere: il Cembalo Scrivano

Il Cembalo Scrivano è costituito da più di 800 componenti fatti a mano in legno, ferro ed ottone. La macchina è fissata su una base di legno. La tastiera è costituita da 31 tasti di forma rettangolare in madreperla e avorio, distribuiti su due linee sovrapposte; sui tasti sono raffigurati le lettere dell'alfabeto ed i segni di interpunzione, mentre un tasto è riservato alla spaziatura. I tasti sono montati su leve in legno collegate a martelletti portacaratteri, appesantiti con piombini per aumentarne la forza di battitura. I martelletti sono disposti circolarmente attorno ad un anello in ottone, sorretto da quattro colonnine in ferro fissate nella base. I tiranti delle leve e le molle di ritorno dei tasti sono in ferro. Ingranaggi di orologi costituiscono il sistema di traino del carrello e del nastro inchiostratore.
MODALITÀ D'USO
Premendo un tasto, il sistema di leve fa scattare il martelletto portacarattere che batte sul foglio di carta dal basso verso l'alto. L'inchiostrazione avviene tramite nastro. Attraverso un sistema di scappamento, ad ogni battuta di tasto il carrello portacarta compie uno spostamento, permettendo la composizione della riga; un campanello avvisa della fine della riga. Il meccanismo di ritorno del carrello è comandato manualmente attraverso una cordicella.
NOTIZIE STORICO-CRITICHE
Il Cembalo Scrivano compie un passo decisivo verso la realizzazione di un dispositivo in grado di scrivere meccanicamente; l'invenzione brevettata da Ravizza, in effetti, non risulta troppo differente dal brevetto di Sholes del 1868, comunemente riconosciuto come l'atto di nascita della macchina per scrivere. Non è possibile datare con certezza l'esemplare del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia; dallo studio dei diari di Ravizza è possibile collocare i modelli da lui prodotti in un arco cronologico che corre dal 1837 al 1882.

Il primo dei tre brevetti ottenuti risale al 1855, l'ultimo è del 1883. Nonostante diversi modelli fossero stati presentata in varie esposizioni (Novara nel 1856, Torino nel 1857, Firenze nel 1861, Londra nel 1863 e Milano nel 1881), ottenendo anche alcuni riconoscimenti, l'invenzione di Ravizza non riuscì tuttavia a risvegliare l'attenzione dell'opinione pubblica e del mondo industriale, i quali, pur lodandone l'ingegnosità, non seppero intuirne l'utilità.
Fonte: Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci

Macchine per scrivere: Imperial

Imperial portable - serie CU235 
La nascita della Imperial la si deve al genio inventivo di Hidalgo Moya, un esperto di macchine per scrivere, e al supporto finanziario di J.G. Chattaway, grazie al quale nel 1902 iniziò la costruzione nel Leicester, Inghilterra incorporando la Moya Typewriter Co.  In questi anni fu prodotta la Imperial mod. A. Dopo svariate vicissitudini legate alla produzione, alla mancanza di operai qualificati nel mondo delle macchine da scrivere, finalmente nel 1911 fù assunto Mr. Eric J. Pilblad, il quale, grazie all'esperienza maturata nella produzione intensiva di macchine e calcolatori, perfezionò la piccola fabbrica in Leicester. Nello stesso anno la produzione fù trasferita, dal nuovo proprietario J.W. Goddard, a North Evington. Nel 1915 il modello A fu sostituito dal modello B senza un sostale cambiamento nella struttura. Nel 1919 fù annunciata la nuova macchina: il modello D ma si dovettero aspettare altri due anni prima della messa in commercio.Le macchine Imperial ospitano un cinematico derivato dalle macchine Franklin, di cui riprendono anche la linea.
Imperial B - serie 24453 
Il modello B si presenta con una struttura in metallo, verniciata di nero, e riprende nella parte anteriore l'andamento curvilineo della tastiera, terminando con due punte arrotondate. La tastiera QZERTY ha una linea semircicolare, con 33 tasti rotondi a sfondo bianco, disposti su tre file. La barra spaziatrice è di colore nero anch'essa curva. La tastiera comanda un doppio spostamento della cesta delle leve in modo da poter imprimere fino a 99 caratteri. I martelletti riposano in posizione verticale dietro la tastiera, dalla quale sono separati da un archetto di protezione, anch'esso curvilineo. Cesta delle leve e tastiera sono completamente removibili. Il carrello portarullo è situato frontalmente alla cesta delle leve, in posizione più bassa rispetto ai martelletti. L'inchiostrazione avviene tramite nastro.
Imperial D - serie 51077 
Il Modello D si presenta con una struttura in metallo, verniciata di nero, con tastiera QZERTY  dritta, con 32 tasti rotondi a sfondo bianco, disposti su tre file. La barra spaziatrice è di colore nero. La tastiera comanda un doppio spostamento della cesta delle leve in modo da poter imprimere fino a 96 caratteri. I martelletti riposano in posizione verticale dietro la tastiera, dalla quale sono separati da un archetto di protezione, anch'esso curvilineo. Cesta delle leve e tastiera sono completamente removibili. Il carrello portarullo è situato frontalmente alla cesta delle leve, in posizione più bassa rispetto ai martelletti. L'inchiostrazione avviene tramite nastro.

Imperial 50 - collezione E. Pocetti
Negli anni successivi sono state prodotti altri modelli dallo stile classico sia da tavolo che portatili. La imperial è conosciuta in Francia come Typo, in Germania come Faktotum o Ajax.

martedì 20 marzo 2012

Macchine per scrivere: il fanalino T.O.G.

Oggi parliamo di un brevetto italiano particolare e raro: il T.O.G.

In una lettera datata 23 Ottobre 1931-IX°, il Sig. Guglielmo Olper, proprietario della Olper di Treviso, rivolgendosi al Municipio di Garzigliana, presenta il suo ultimo prodotto: il T.O.G.

Olivetti M20 con T.O.G.
" Il prezzo di costo del ns/ fanalino elettrico brevettato "T.O.G." per dispositivo completo di ogni accessorio e pronto all'uso compreso il trasformatore-riduttore di corrente che rende quasi nullo il consumo di energia elettrica, sicchè in breve tempo il suo costo resta compensato dal risparmio del consumo di luce è di £. 75."

T.O.G. nella scatola
"Fra le pieghe della presente Vi alleghiamo una illustrazione che Vi ragguaglia sulle caratteristiche che contraddistinguono il fanalino T.O.G. e la sua indiscussa praticità resta addimostrata dal fatto che la stessa Casa fabbricante OLIVETTI acquista il ns/ fanalino che viene venduto dalle sue filiali."

Il manuale, tra le altre cose, riporta:
"La luce diffusa dal T.O.G. è costante pur seguendo la corsa del carrello in avanti ed indietro perché il T.O.G. si fissa con sistema geniale e pratico direttamente al centro del carrello e cammina quindi di conserva con esso.
Il Consumo di energia col T.O.G. è minimo perché la corrente normale viene traformata a soli 10 Watt con luce di 6 Volts, talchè il contatore resta quasi insensibile."

La confezione contiene due manuali tecnici e promozionali, la lettera firmata dal Sig. Guglielmo Olper e naturalmente il fanalino completo di lampadina e trasformatore.

lunedì 19 marzo 2012

Gli inventori: Christopher Latham Sholes

In questo post è possibile leggere il libro digitalizzato di Charle E. Weller, The Early History of Typewriter. In questo libro, lo scrittore, un telegrafista dello stato dell'Indiana, ci racconta dei sui contatti con C.L. Sholes. Nel libro si possono leggere svariate lettere di Sholes.

lunedì 5 marzo 2012

Macchine per scrivere: Blickensderfer

Blickensderfer Typewriter, Stamford, Conn, USA
vedi il primo brevetto

Nel 1891, George C. Blickensderfer (1850-1917) inventò una piccola macchina da scrivere portatile con la caratteristica di poter facilmente cambiare il tipo di carattere attraverso un cilindro rotante intercambiabile e il suo sistema di inchiostrazione da un rullo, e la sua tastiera "Scientifica", progettata per essere più efficiente di Qwerty. La Blick era infatti una delle prime macchine da scrivere veramente portatile con una tastiera completa: le lettere erano disposte su 28 tasti sulle tre file in base alle percentuali di utilizzo partendo dalla fila inferiore con le lettere più utilizzate. . (DHIATENSOR).
Blickensderfer commercializzò anche macchine da scrivere con una tastiera Qwerty o "Universal", ma il compratore doveva firmare una liberatoria dichiarando che era stato avvertito che Qwerty era inefficiente!
Gli 84 caratteri sono riportati sul cilindro in plastica intercambiabile (typewheel) ed è in grado di compiere un doppio sollevamento verso l'alto (Fig - Cap). La macchina non è dotata di bobine a nastro, ma ha un tampone collocato in corrispondenza del punto di battuta. L'abbassamento di un tasto aziona il cinematico e il cilindro, per mezzo di settori dentati, viene contemporaneamente messo in rotazione e abbassato.
Il cilindro ruota di un angolo corrispondente al tasto premuto. L'inchiostrazione avviene mediante il tampone. Il passaggio alle lettere maiuscole o ai simboli si ottiene per mezzo del doppio sollevamento del cilindro portacaratteri. Attraverso un sistema di scappamento, il carrello portacarta compie uno spostamento ad ogni battuta di tasto, permettendo la composizione di una riga. Al rilascio del tasto il cilindro ritorna nella sua posizione neutra. La scrittura è visibile.

I modelli 1, 2, e 3 a quanto pare non sono state mai prodotte o prodotte in serie limitata e ad oggi non ne sono state trovate. I modelli più famosi sono n º 5 (1893), n º 6 (1896), n º 7 (1897), n º 8 (1907), n º 9 (1917), Blick Orientale (1897), Home Blick, NOCO -Blick (1910), Blick Electric (1902), piuma (1893-1910), e il Blick novanta (1919). Blickensderfer stata la prima azienda a commercializzare una macchina da scrivere elettrica.

Blickensderfer 5 - QWERTY
Il modello No. 5, introdotto nel 1893 presso la Columbian Exposition, è stato prodotto per molti anni.
Rob Blickensderfer (sì, un parente) ha svolto approfondite ricerche sulla storia del Blickensderfer alla Newsletter TypeX. La sua conclusione è che la produzione del Blickensderfer 5 decollo soltanto nel 1896.
Il Blick 5 è apparso in una serie di travestimenti. Nel 1906 ha introdotto il Blickensderfer Blickensderfer 6, che era in realtà un Blick 5 con un telaio in alluminio. La versione in alluminio è apparso anche come la piuma Blick e come un normale Blickensderfer 5.

Blickensderfer 7 - QWERTY
La Blickensderfer no. 7 (1897) si differenzia dal modello precedente, il modello 5 per alcuni dettagli tipo la scala graduata, il reggifoglio, il campanello mobile, i margini e una barra spaziatrice più ampia che si avvolge intorno la macchina, dando l'impressione di essere parte del suo telaio. L'effetto complessivo è molto elegante.

Blickensderfer 8 - DHIATENSOR
La Blickensderfer no. 8n (1907) fù la prima ad introdurre il tabulatore (non presente sulla mia macchina in foto qui a lato) e si differenzia dalle precedenti per  la modifica del blocco di scrittura (il blocco dove è posizionata la scritta) che non era più un monoblocco ma era diviso in due così da rendere più facile lo smontaggio e la relativa manutenzione.

Dactyle era il nome con cui le macchine per scrivere Blickensderfer venivano assemblate e vendute in Francia. In particolare il modello Dactyle N. 3 corrisponde al modello Blickensderfer N. 7.
La produzione cessò nel 1924. Il Blick fu rilevato nel 1928 dalla Remington, presumibilmente successivamente alla scadenza del brevetto Blick e fù commercializzato per un breve periodo come Rem-Blick e Baby-Rem.

mercoledì 29 febbraio 2012

Macchine per scrivere: Olivetti Graphika

Oggi riportimo l'immagine dell'articolo scritto con Olivetti Graphika da Enrico Morozzi






































Olivetti Graphika

lunedì 27 febbraio 2012

Macchine per scrivere: La Hermes 3000

E' una semi-standard delle dimensioni analoghe alle Olivetti Studio 42 e 44.
E' stata prodotta dalla fabbrica elvetica Hermes per una ventina d'anni dai primi anni '60 fino alla fine degli anni '70 mantenendo la medesima meccanica ma sostituendo l'originale (e bellissima) carrozzeria di lamiera verde con la solita plastica di forma quadrata di moda all'epoca.
La macchina e' solida e ben protetta dalla polvere e dagli agenti esterni.
Hermes 3000
La tastiera e' molto completa, i tasti sono lucidi ed ergonomici la battitura (peso regolabile) e' dolce e precisa. Inoltre i font originali usati su questa macchina hanno un design veramente gradevole.
La caratteristica unica di questa macchina e' quella di presentare la regolazione dei margini visibile sulla guida numerata davanti al foglio.
Un altro plus e' rappresentato dai tasti funzione (tabulatori e margin release) collocati tutti in alto come sulle tastiere da computer.
La regolazione del nastro offre oltre ai classici rosso/nero e blank, anche una posizione intermedia, forse progettata per un nastro a tre colori(?) che risulta in una scrittura rossonera sul nastro tradizionale.
Questa macchina e' molto quotata sul mercato americano, elogiata dal suo piu' celebre utilizzatore Jack Kerouac, e ricercata ancora oggi da scrittori e sceneggiatori, e viene considerata da molti collezionisti statunitensi come la miglior macchina da scrivere meccanica mai prodotta.
In Italia e in Europa la macchina si puo' ancora trovare senza difficolta' e a prezzi piu' che ragionevoli.Questo è un'articolo scritto per noi dal nostro caro amico Enrico Morozzi. Questo è un'articolo scritto per noi dal nostro caro amico Enrico Morozzi.

venerdì 24 febbraio 2012

Macchine per scrivere: Totomeka

Finalmente sono riuscito ad avere la mia TOTOMEKA
prima del restauro
con schedina Totip

Ho fatto tredici!
trovare informazioni sul su inventore non è facile. Più facile è stato travare l'inventore della schedina: Il Sig. Massimo Della Pergola.
Un trentenne triestino che insieme a due amici, Fabio Jegher e Geo Molo,  e un capitale di 300 mila lire inventa il sistema di scommesse sul calcio. Potete trovare maggiori informazioni sull'articolo scritto da Pino Corrias di Repubblica nel 2006.
dopo il restauro
con schedina nr. 13 Totocalcio
Il 1946 segnò la nascita del concorso che da allora è entrato a pieno diritto nella storia e nelle abitudini degli italiani : il concorso a pronostici sulle partite di calcio, la schedina della SISAL, diventata poi dal 1948 del Totocalcio. Ad ideare il concorso fu il giornalista sportivo Massimo Della Pergola, che ne aveva messo a punto il regolamento e la sua realizzazione pratica nel 1943 mentre era internato in un campo di concentramento in Svizzera. Di religione ebraica, era stato catturato dalle guardie di confine elvetiche mentre cercava di entrare clandestinamente nel paese per sfuggire alle persecuzioni razziali allora in atto anche in Italia. Al termine della guerra rientrò in patria e con due amici fondò la SISAL Sport Italia Società a Responsabilità Limitata, con un capitale di 300.000 lire. Il 4 gennaio 1946, dopo una lunga e complessa trafila burocratica, la SISAL ottenne la necessaria autorizzazione da parte del Ministero degli Interni per avviare il concorso. Il debutto venne fissato inizialmente per domenica 28 aprile 1946, ma per problemi di carattere tecnico si dovette attendere la domenica successiva, il 5 maggio. La schedina del concorso numero 1 aveva una sola colonna con dodici partite più due di riserva e la giocata aveva un costo di 30 lire. RAI STORIA - La prima schedina della Sisal
Ma torniamo alla nostra macchinetta. Macchina obliteratrice per il Totocalcio. MAF TOTOMEKA a sei tacche (ne furono prodotte anche ad otto tacche). Dimensioni: Lunghezza 22 cm. Profondità 23. Altezza 13 cm. Peso 2.50 kg con tre tasti: 1 X 2

L'anno di produzione dovrebbe essere il 1951, il brevetto il numero 461232 e nr di serie 728